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Una fiera non cambia il mondo...ma vale la pena provarci
26/09/08
Riceviamo e volentieri pubblichiano il comunicato inviato da Marco Servettini, un commento 'a caldo' dopo il successo della fiera L'isola che c'è, organizzata dall'omonima rete comasca di economia solidale. www.lisolachece.org

Alla quinta edizione la fiera comasca delle relazioni e delle economia solidali continua a crescere, prima che nei numeri nella qualità delle proposte, delle relazioni, delle prospettive. Ed è solo la punta di un iceberg che dà visibilità alle ricchezze di un territorio, fatto di persone che non si lasciano intimidire da paure e da percezioni ma si giocano nella vita reale con uno sguardo di fiducia al futuro possibile.
Due belle giornate di sole sicuramente aiutano, ma L’isola che c’è ci mette del suo per arrivare a coinvolgere le 15-16mila persone di questa edizione, ormai il doppio delle 8mila che alla prima edizione guardavamo increduli, quattro anni fa. Tutte le proposte sono state accolte come al solito con grande calore, ma una nota particolare va ai dibattiti, seguiti come non mai: partecipazione, tempo e lentezza, decrescita sono temi difficili ma sentiti. Una bella sorpresa anche lo spazio relax, una novità molto apprezzata, e in generale i 140 espositori hanno offerto uno sguardo di insieme sicuramente gradevole.
Sono molte le impressioni e i commenti che abbiamo ascoltato o ci arrivano via mail, anche da tanta gente che è venuta per la prima volta, e la soddisfazione maggiore sta nel riuscire a crescere in qualità: il rischio più grande è infatti quello di scadere in un evento di massa che pian piano perde il suo senso, ma la scommessa ad oggi ci sembra vinta. Il clima positivo, i tanti volti che si incontrano, la ricchezza di senso che si rinnova ogni anno fanno crescere questa fiera al di là degli sforzi organizzativi e di promozione.
Nelle scorse edizioni eravamo spaventati da questa crescita, che ci pone problemi logistici seri: la scarsità di parcheggio obbliga la gente a fare chilometri a piedi per arrivare (ma nonostante questo viene comunque) ed anche il bel parco che l’accoglie e ne è parte integrante fa fatica a sostenere tanto pubblico.
Ma ormai dobbiamo prendere atto che la fiera ha dentro un lievito che la fa crescere in autonomia, il cui motore è il passaparola - di volto in volto e di anno in anno – che ne racconta la bellezza. Senza il bisogno di giornali che ne parlano.
Qualche sguardo più sfiduciato può vederci solo il solito ritrovo per anime belle, una testimonianza di due giorni che non cambia il mondo, l’occasione per incontrare quelli del solito giro, uno svago per dimenticare come va il mondo.
Ma chi in questo “solito giro” ci vive si rende conto che il giro si allarga, e che ciò che viene mostrato in fiera sono pezzi di vita, scelte di vita, stili di vita, modi di guardare la vita, uno spaccato che non è una nicchia ma una parte rilevante di donne e uomini che faticano e gioiscono nella quotidianità credendo in un futuro possibile che nasce nella concretezza dell’oggi, anche accettando le contraddizioni che ciò comporta. Non è certo una fiera che ci fa cambiare il mondo, ma ci dà la forza di credere che vale la pena provarci, ognuno col suo pezzo, senza delegare ad altri.
Stiamo osando nel mettere in mostra le nostre utopie concrete e vissute, senza avvinghiarci solo dietro alle emergenze continue che questo “sistema” ci impone.
Stiamo osando nel fare le cose con gusto, togliendoci quella crosta di pessimismo che ci avvinghia e che ci fa fare le cose solo perché “è giusto farle ma tanto non cambia mai nulla”. E intanto andiamo avanti cercando di fare scelte capaci di futuro e di senso, e lasciando che il lievito di speranza e di ottimismo che ognuno di noi sta piantando faccia il suo lavoro - lento e inesorabile – attorno a noi.
Con quella lentezza e quella convinzione che è propria delle cose vere.


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