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Candido Cannavò: sport e impegno civile nel ricordo di Gianni Mura
25/02/09
I direttori di giornale li ho da tempo divisi in due categorie: chi tiene aperta la porta del suo ufficio e chi no. Dei secondi, meglio diffidare. Cannavò la sua porta l' ha tenuta sempre aperta, e non solo quella. Anche gli occhi, le orecchie, come tutti i buoni giornalisti. E il cuore, cosa più rara. Sessant' anni a scrivere di sport (dai 7 di abusivato alla Sicilia ai 19 di direzione della Gazzetta, all' ultimo periodo da pensionato attivissimo), l' atletica come primo amore, i 200 metri di Berruti a Roma come emozione più forte.
Ora che se n' è andato credo che chi gli è stato amico e collega, nel dolore debba avere la lucidità di un' analisi. La mia è che Candido Cannavò non è stato solo il più duraturo dei direttori della Gazzetta, ma anche il migliore che potesse avere. E provo a dire perché, prima d' essere accusato di eresia. Altri avevano uno stile migliore (Roghi, Brera), altri più tecnica (Zanetti), altri ancora più fiuto giornalistico (Palumbo). Per Brera si può parlare di stile più tecnica. Ma nessuno ha vissuto il ruolo con la passione civile, con la testimonianza d' impegno e l' etica (contro il doping, sempre) di Cannavò. In Italia, dicono, sei veramente popolare quando qualcuno ti imita. Vedi Crozza con Cannavò, un' imitazione che calcava sul barocco. Popolare Cannavò lo era già, e carico d' esperienze. Mario, il padre, che dirigeva un mulino, lo lasciò orfano a 5 anni. Maria, la madre, faceva la sarta ad alti livelli, ma con la guerra e sei figli da crescere la cena più frequente era un' insalata di limoni. Candido doveva diventare medico, ma il giornalismo lo cattura. Una delle sue prime inchieste è sui manicomi e la malasanità in Sicilia. Forse questa è una chiave per capire Cannavò, la dignità dell' uomo ribadita nell' attenzione ai meno forti e protetti.
Un uomo di 73 anni alla ricerca di un senso: così si descrive, dopo il cambio (oh quanto improvvido) di direzione. Il regalo d' addio dei suoi redattori fu un macchinario destinato all' ospedale di Emergency a Kabul, Candido si era già innamorato di Gino e Teresa Strada. Ma già prima, nel ' 95, la Gazzetta in collaborazione con l' Uisp aveva riempito due navi di aiuti per Sarajevo.
In questi ultimi anni Cannavò non è mai stato un ex direttore. Presente sul giornale quasi tutti i giorni, sia con la rubrica "Fatemi capire", sia con le risposte ai lettori (sua specialità già ai tempi della Sicilia, con "Parliamone insieme"). Era di quelli che in pensione non ci vanno mai. O solo morendo. «Una vita in rosa» è la storia della sua vita, con dentro la fatal Corea, il terremoto di Gibellina, la strage di Città del Messico, Monaco ' 72, ma c' è un episodio che mi è parso emblematico. Candido ragazzo, con altri atleti del Cus Catania, è sul treno per Firenze. Dorme sulla reticella dei bagagli, pesa 49 chili, può permetterselo. Il controllore apre la porta dello scompartimento e dice piangendo: è morto il Grande Torino. Per un ragazzo che cercava i libri di Comstock, che sapeva tutto di Jesse Owens e Ondina Valla, per un giornalista in erba che saltava dalla cronaca nera allo sport, dalle alluvioni al consiglio comunale, la conferma che lo sport non è una metafora della vita, ma parte della vita stessa, e come vita va visto e raccontato. Come una storia popolare (non popolaresca). Che lo sport ha dei valori forti, la lealtà, la solidarietà, la fatica, la speranza. Che questi valori si possono trasmettere. Anzi, per Cannavò si devono.
Questo ha fatto, anche in tempi di crollo dei valori, ma pure prima. "Juve, nascondi quella coppa" era il titolo del suo editoriale il giorno dopo l' Heysel. Un altro dettaglio: il Catania, la squadra della sua città, era stato radiato. Cannavò diede ragione alla giustizia sportiva. Dalla sua città gli arrivarano valanghe di insulti (traditore era l' espressione più mite) e minacce di morte. Dovette girare sotto scorta.
Gli ultimi tre libri raccontano storie di carcerati, di handicappati, di preti da strada e da marciapiede: «l' altra Chiesa, non quella della ritualità pomposa e noiosa che non arriva al cuore della gente». Non è che Cannavò s' è rincoglionito, con queste cose da missionario laico? Così diceva qualche furbetto del nostro quartierino. Nossignori, Cannavò era ringiovanito e si stava gioiosamente realizzando, in questo far luce sugli ultimi e i penultimi, in questo allargarsi d' orizzonte, in questo consumare le scarpe per andarli a cercare, ben sapendo che oggi «il rischio è sacrificare il giornalismo di strada al giornalismo di redazione». Già. Rischio da lui evitato: la generosità sa sempre come muoversi. Con Cannavò se ne va un uomo buono, un ottimo giornalista.
La lezione, per chi vuole crederci, rimane, come rimarrà il ricordo.
Gli si sia lieve la terra.
Gianni Mura - la Repubblica, 23 febbraio 2009


Il Comune di Milano, capitale europea dello sport, dedicherà alla memoria di Candido Cannavò tutti gli eventi del 2009.


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