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Donne, lavoro e discriminazioni: la Consigliera di Parità di Torino presenta due ricerche
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15/04/09 Pubblichiamo un sunto delle ricerche svolte dalla Consigliera di Parità di Torino
www.consiglieraparitatorino.it
sul tema del diritto al lavoro delle donne.
«In un contesto in cui la maternità è un forte elemento di discriminazione per le donne, per quelle straniere o
disabili gli ostacoli nell’accesso e permanenza nel mondo del lavoro possono essere insormontabili – sottolinea la
Consigliera di Parità Laura Cima – per questo abbiamo voluto approfondire le esigenze, le professionalità e le
modalità con cui le donne straniere o disabili accedono al lavoro, al fine di individuare suggerimenti e priorità utili
in fase di programmazione degli interventi».
Le ricerche, promosse dalle Consigliere di Parità della Provincia di
Torino, Laura Cima e Ivana Melli e offrono una lettura “al femminile” e sono state presentate stamane in Provincia
di Torino da esperte/i, e rappresentati istituzionali.
Se molto si fa per favorire l’inserimento lavorativo dei disabili e i risultati ci sono, come è stato sottolineato dal
Servizio Lavoro della Provincia – circa 1000 inserimenti l’anno da quando è in vigore la Legge 68 sull’inserimento
mirato e 1.200 nel 2008 - non altrettanta è l’attenzione per le differenze che riguardano l’inserimento lavorativo dei
disabili rispetto al genere.
La ricerca “Due volte differenti - l'inserimento al lavoro delle donne con disabilità”
realizzata dll’ASSOT (agenzia per lo sviluppo Sud Ovest di Torino) sul territorio del Centro per l’impiego di
Orbassano (TO), ha fatto emergere le differenze e le specificità dell’inserimento al lavoro delle donne con disabilità -
finora poco affrontata sia nell’ambito dei servizi per l’impiego e delle pari opportunità- fornendo agli attori locali un
quadro di analisi e di proposta intorno al tema disabilità e lavoro delle donne.
Minore spinta e motivazione al
lavoro da parte delle disabili donne rispetto agli uomini, dovuta anche all’atteggiamento protettivo delle famiglie
che tendono a frenare tentativi di emancipazione che presentano rischi, pongono le premesse all’esclusione dal
mondo del lavoro. Incidono anche fattori quali i carichi familiari e di cura, le maggiori difficoltà negli spostamenti
e nella mobilità territoriale, l’insorgere della disabilità in età avanzata. A ciò si aggiunge la particolare situazione,
dichiarata da più servizi, per cui tra le donne sarebbe maggiore la disabilità psichica con minori chances quindi di
inserimento lavorativo rispetto alla disabilità fisica.
Incedono fortemente, però, anche forti pregiudizi soprattutto da parte delle aziende in cui pregiudizi e
disfunzioni organizzative non ne agevolano l’inserimento. «Laddove l’inserimento c’è stato ed è stato
sufficientemente monitorato i risultati sono però positivi – spiega Marco Canta Presidente della cooperativa Orso
che ha curato la ricerca – ci troviamo di fronte a un paradosso: da un lato la scarsa disponibilità da parte delle aziende verso le donne, dall’altra la positività degli inserimenti laddove si sono realizzati. Per questo crediamo
occorra investire sull’effetto dimostrativo, non è vero che un inserimento femminile è meno vantaggioso per
un’azienda».
La doppia discriminazione scatta già dagli operatori/trici che sono i primi a “riconoscere le differenze”, e non
ritengono mediamente di doversi attrezzare per l’accoglienza di un’utenza femminile con disabilità. Per questo
è stata sottolineata l’importanza di rilanciare il ruolo dei servizi che si occupano di inserimento lavorativo, i Centri
per l’impiego in primis, di investire su una relazione positiva con le piccole e medie imprese e di investire su servizi
di supporto.
Sul fronte dell’immigrazione la lettura di genere del mondo del lavoro, monitorato da “I lavori delle donne” - a
cura di: Associazione Almaterra, Associazione A.S.A.I., Associazione Culturale Filippina del Piemonte, Cirsde
Centro Interdisciplinare ricerca e studi delle donne – evidenza problematiche specifiche quali le difficoltà
linguistiche, per cui le donne straniere necessitano di corsi di alfabetizzazione, e altre comuni alle donne
italiane.
Il fattore conciliazione vita-lavoro è sicuramente il più spinoso: le donne hanno difficoltà sia a gestire
insieme figli e lavoro (a causa della scarsità di posti negli asili nido o altri centri educativi e di custodia) sia difficoltà
negli spostamenti, a causa della scarsità dei mezzi di trasporto. Quest’ultimo problema riguarda soprattutto la
Provincia di Torino e risulta spesso acuito per le donne straniere, che si trovano nel nostro paese senza la rete di
sostegno dei familiari, quasi mai sono in possesso della patente di guida e sono completamente delegate alla cura
dei figli da mariti/partners.
Le donne straniere richiedono inoltre formazione, dimostrando più interesse rispetto agli uomini, anche se,
riemerge il problema della conciliazione nella fruizione (per cui servirebbero servizi di baby-parking/baby-sitting
durante i corsi). Molte donne sono in possesso, inoltre, di titoli di studio che non riescono a far riconoscere e che
permetterebbero loro di accedere a lavori differenti rispetto alla badanza.
Il lavoro di cura sembra restare ancora la tipologia di lavoro maggiormente ricercata dalle donne straniere.
Negli ultimi anni però gli/le operatori/operatrici stanno notando dei mutamenti: le donne giovani e le seconde generazioni cercano di valorizzarsi maggiormente e cercano altri tipi di lavoro; è sempre più difficile trovare persone disponibili a lavorare a domicilio 24h/24; è necessario incentivare la ricerca di nuove soluzioni (ad esempio l’assunzione di due persone, il job sharing)
e tentare di valorizzare le competenze di quelle donne che vorrebbero tentare altri tipi di lavoro.
Il fattore discriminazione emerge ancora fortemente nei confronti delle donne ed aumentano se la donna ha figli
ed è straniera. Le donne straniere hanno però problemi specifici, tra cui quello del permesso di soggiorno. Il
problema della conciliazione amplifica per le donne quello della precarietà e mina il loro progetto di autonomia in
questo paese. Ciò costringe le donne migranti ad accettare qualsiasi tipo di lavoro e di condizione.
La mancanza di autonomia implica la dipendenza dal marito e l’impossibilità di lasciarlo in caso di violenza.
Negli alegati: la sintesi delle due ricerche; storie di donne disabili
scarica l'allegato (sintesiricerca.pdf)
scarica l'allegato (sintesindagine.pdf)
scarica l'allegato (storiedisabilità.pdf)
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