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Gli svizzeri chiamati ad esprimersi sulle esportazioni di armi
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03/11/09 Carri armati Mowag in Afghanistan, granate a mano Ruag in Iraq o aerei Pilatus in Darfur, armamenti in Pakistan ed Arabia Saudita: il 29 novembre i cittadini svizzeri saranno chiamati ad esprimere il loro voto nell'ambito dell'iniziativa popolare per il divieto di esportazione di materiale bellico promossa dalla Coalizione contro le esportazioni di materiale bellico con sede a Zurigo (CH)
"È inammissibile che la Svizzera, quale stato depositario delle Convenzioni di Ginevra e visto il suo recente impegno (19 giugno 2006) per il nuovo Consiglio dei diritti dell'uomo, cerchi di avvantaggiarsi economicamente con le sue industrie di armi alle spalle delle vittime di guerra. La situazione assume un aspetto ancora più sgradevole se si considera che le leggi sui refugiati in fuga da queste violenze diventano sempre più restrittive quanto ai presupposti per ottenere l'asilo", si legge sul sito
www.materialebellico.ch
E ancora "La Svizzera non dipende economicamente dalle esportazioni di armi e dovrebbe incoraggiare la riconversione delle industrie che le fabbricano verso prodotti di uso civile. L'iniziativa prevede delle misure di accompagnamento grazie alle quali la Confederazione dovrà sostenere le regioni e gli impiegati che saranno colpiti dal divieto di esportazione".
Secondo la Coalizione, le esportazioni di armi rappresentano solo lo 0,1% del Prodotto Interno Lordo svizzero, con 3.335 persone alle quali si aggiungono 1.797 posti di lavoro presso i fornitori. "La riconversione di questi posti di lavoro in produzioni di beni e servizi civili e utili è quindi fattibile - concludono i promotori - a maggior ragione se si considera che l’iniziativa prevede il sostegno da parte della Confederazione delle regioni e dei lavoratori interessati per un periodo di dieci anni".
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