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Serve giustizia per difendere la libertà
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12/11/09 Pubblichiamo il comunicato inviato da Michele Papagna, presidente dell'Associazione Consumi Etici e Stili di Vita Solidali onlus (ACEA onlus)
www.aceaonlus.org
"Ci sfruttano, ci ammazzano, ci sbattono in galera, e questa la chiamano libertà".
Nel '77 questo slogan si sentiva spesso nelle piazze.
Gli anni erano quelli dopo i grandi movimenti giovanili, contro la guerra, per l'emancipazione delle donne; anni irriverenti e gioiosi che son diventati presto bui, "di piombo"; generazioni intere che hanno rischiato di essere travolte dalla repressione, dal terrorismo.
Ma per quanto possa sembrare incredibile, c'era un "senso" anche nel dolore, nelle ingiustizie, nei soprusi, nelle violenze...
Il senso era dato proprio l'anelito alla libertà; la voglia di chiamarla, di affermarla, di pretenderla.
Ma oggi qual'è il "senso" che un ragazzo venga arrestato per 20 grammi di hashish, e poi sbattuto in galera, senza poter parlare con un avvocato e chissà da chi pestato fino a morire, senza neanche un amico, un parente, un assistente sociale?
E che dire dei certificati con firme e poi senza?
Dei rapporti omissivi, delle difese a spada tratta delle forze dell'ordine (!), della pubblica sicurezza (!!), del personale della sanità (!!!)?
C'è voluto tutto il coraggio dei cari, della sorella di Stefano, degli amici, di qualche politico che ancora onora la categoria (Luigi Manconi) per smuovere il palese tentativo di insabbiare l'accaduto.
Non è il primo caso: ce ne sono sempre di più. Dalla morte di Federico Aldrovandi a Ferrara, a quella di Gabriele Sandri ammazzato in un'area di servizio, a quella di Stefano Cucchi: chissà quanti taciuti. Le botte fanno male e quando arrivano da gente in divisa incutono timore e terrore a un ragazzo solo.
Incutono timore e terrore già quando ci sono centinaia di testimoni, quando qualche riflettore è acceso, come per il massacro alla Diaz e alla caserma Bolzaneto a Genova, dove di mezzo c'erano giornalisti, parlamentari......figurarsi per uno "spacciatore, pure magro"! (queste le ignobili parole del sottosegretario Giovanardi).
Che la sostanziale impunità dei fatti di Genova si stia trasformando in arroganza e violenza quotidiana delle nostre forze dell'ordine?
Che si stia assistendo, paradossalmente in assenza di constrasti e tensioni sociali, in un crescendo di autoritarismo, non solo "comunicativo", ma reale e brutale, violento, manganellatore tanto da spaccare le vertebre?
Dallo spacciatore al gay, dal transessuale al clandestino, dal giovane alla donna... è questa, oggi, la chiamate libertà?
C'è un solo modo per fermare questo dubbio. Ci vuole giustizia, e subito.
Ora ci sono i primi indagati: carabinieri, agenti penitenziari e agenti nelle celle del Palazzo di Giustizia; poi forse verrà il turno del personale sanitario e dei medici dell'ospedale.
Ma debbono pagare anche i responsabili massimi istituzionali: il Ministro La Russa ha coperto l'arma dei Carabinieri senza alcuna ombra di dubbio, il Ministro Alfano ha difeso l'operato delle strutture penitenziarie: se non altro ha avviato le indagini, ma non basta.
Del sottosegretario Giovanardi, vale quanto già detto: parole ignobili per atti terribili.
Non bastano le scuse.
Ci vuole giustizia per Stefano Cucchi perchè questa si possa ancora continuare a chiamare libertà.
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