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E il volontariato toscano? Ecco i risultati dell'indagine promossa dal Cesvot
13/03/07
Nel corso della Conferenza Regionale del Volontariato tenutasi a Lucca l'11 marzo scorso è stata presentata l’indagine promossa da Cesvot sull’identità e le tendenze del volontariato toscano. L’indagine, condotta dal prof. Andrea Salvini (Università di Pisa), si configura come un aggiornamento della rilevazione realizzata nel 2003 (A. Salvini, D. Cordaz, Le trasformazioni del volontariato in Toscana. 2° Rapporto di indagine, I Quaderni, Cesvot, n. 27, 2005).
L’indagine è stato effettuata somministrando, in forme diverse, un questionario a domande chiuse a 603 organizzazioni di volontariato.
Riepiloghiamo gli aspetti salienti dell’indagine che si sofferma soprattutto sui livelli di istituzionalizzazione del volontariato toscano, sui settori di attività, sull’identità del volontario e sull’immagine e la proiezione che il volontariato ha di sé.
STRUTTURAZIONE E ISTITUZIONALIZZAZIONE DEL VOLONTARIATO TOSCANO
L’indagine di Cesvot dedica particolare attenzione al livello di strutturazione e istituzionalizzazione del volontariato toscano. L’indagine conferma quanto rilevato recentemente anche dall’Istat: crescono cioè i livelli di ‘istituzionalizzazione’, capillarità e radicamento delle organizzazioni di volontariato toscane: è aumentata del 13% la percentuale delle associazioni iscritte all’albo regionale e cresce anche il numero dei volontari, invertendo la tendenza degli anni Novanta che vedeva invece crescere le associazioni e non il numero dei volontari. I dati raccolti da Salvini ci dicono che il 40% delle associazioni presenta un alto tasso di strutturazione (vedi articolazione organizzativa e disponibilità della sede).
Per quanto riguarda, invece, il processo di istituzionalizzazione l’indagine rileva la tendenza all’isomorfismo, ad assumere cioè caratteri tipici delle organizzazioni produttive o di quelle istituzionali pubbliche. Le organizzazioni che presentano un alto indice di isomorfismo sono circa il 20%, la gran parte delle associazioni presenta una tendenza all’isomorfismo di tipo ‘medio’ pari cioè al 53,2%.
Come osserva Salvini, ciò significa che un nucleo consistente di associazioni, il 20% appunto, “presenta aspetti molto simili a quelli, per esempio, dell’impresa sociale pur non avendone (ancora) la configurazione giuridica, (…) mentre la gran parte del volontariato toscano si colloca in una via intermedia, dove la struttura organizzativa efficace ed efficiente costituisce un elemento importante ma non determinante per lo svolgimento delle attività”.
ORIENTAMENTO AL SERVIZIO E DIFFERENZIAZIONE DEI SETTORI Come indicato anche dall’Istat, il 72% delle organizzazioni di volontariato si può definire di welfare, cioè strettamente collegato alle dinamiche di partecipazione nelle politiche sociali locali. Il restante 28% delle associazioni si distribuisce tra il settore culturale, ambientale e di tutela dei diritti. Al settore socio-sanitario corrisponde anche la maggioranza dei volontari (86%).
Secondo Andrea Salvini, è però interessante osservare che è in aumento la percentuale delle associazioni che operano in più settori (vedi Istat): aumentano, infatti, del 62% le associazioni che operano in almeno 3 settori. Un dato che, secondo Salvini, evidenzia “una scelta strategica delle associazioni per meglio realizzare la propria mission e diminuire il tasso di dipendenza dalle risorse acquisibili soltanto in un’unica area d’intervento”.
MULTI-APPARTENENZA DEL VOLONTARIO E VOLONTARIATO ‘RETICOLARE’
Alla tendenza delle associazioni ad operare in più settori, corrisponde la tendenza alla ‘multi-appartenenza’ dei volontari: si calcola, infatti, che quasi il 30% dei volontari toscani opera all’interno di due o più organizzazioni. Un fenomeno che si connette alla crescita registrata negli ultimi anni del volontariato individuale e ‘reticolare’, che non opera all’interno delle organizzazioni e sceglie modalità diverse e autonome di espressione della solidarietà sociale. Un volontariato che, secondo l’autore dell’indagine Cesvot, “ha a che fare con la legittimazione di una modalità comunque significativa ed effettiva di ‘animazione’ del sociale in assenza di forme di rappresentanza e di strutturazione organizzativa”.
Dall’indagine emerge poi la tendenza soprattutto delle “nuove generazioni” di organizzazioni e di quelle meno legate al welfare a farsi “portatrici di una visione, per così dire, più europea e ‘riflessiva’ di volontariato, orientato alla reciprocità, alla verifica del contributo che l’azione volontaria può portare alla costruzione dell’indentità personale e sociale dei volontari, da una parte, e alla collettività complessivamente intesa dall’altra”.
LAVORO IN RETE
Dall’indagine Cesvot emerge che il volontariato toscano ha costruito negli anni una buona rete di relazioni: il 24% delle organizzazioni presenta un livello alto dell’indice relativo alla capacità di “far rete”, ovvero collabora con oltre 10 soggetti di diversa natura, il 42% presenta un indice medio e il 35,4% un indice basso (1-3 soggetti).
Il livello alto si riscontra soprattutto tra le organizzazioni che operano nel settore del welfare, tra le grandi organizzazioni e quelle che operano in ambiti urbani; tuttavia, anche quelle più recenti mostrano una capacità consistente di collaborazione. Scendendo nel dettaglio, l’indagine evidenzia che il 60% delle organizzazioni rispondenti ha attivato almeno una forma di collaborazione con altre organizzazioni di volontariato, il 57% ha attivato un rapporto collaborativo con il Cesvot – percentuale assai cresciuta rispetto al 1998 quando era pari al 35,6% - e, ancora, circa il 60% con le amministrazioni locali (comuni, province, ausl). A una certa distanza troviamo poi forme di collaborazione con le scuole (41%), con altre associazioni, gruppi e movimenti di impegno socio-culturale 31%).
DINAMISMO E PROPENSIONE ALLO SVILUPPO
Se guardiamo al dinamismo delle organizzazioni inteso come capacità di ‘movimento’, di reazione agli stimoli, di anticipazione dei processi, scopriamo che ben il 26% delle organizzazioni fa registrare un livello di dinamismo decisamente elevato, mentre solo il 21%, invece, fa registrare un livello basso. Anche in questo caso l’età e la dimensione giocano un ruolo discriminante, “poiché i livelli più bassi di dinamismo si riscontrano tra le associazioni di recente costituzione e quelle più piccole”.
Dall’indagine emerge dunque un ‘universo’ del volontariato diversificato e frammentato. Secondo Salvini, infatti, “ormai da tempo si sta affermando l’idea dell’esistenza di molteplici volontariati e non di un volontariato in senso generale”.
AUTO-RAPPRESENTAZIONE DEL VOLONTARIATO
Come il volontariato toscano concepisce e costruisce la propria vision, come cioè intende la propria presenza nella società e sul territorio, è un altro aspetto cruciale sul quale si sofferma l’indagine. Dai dati raccolti emerge che per il 40,5% delle organizzazioni la concezione da perseguire è quella della professionalizzazione e del consolidamento delle competenze dei volontari in relazione all’ambito dei servizi, a scapito delle risposte che invece propendono verso l’idea di un volontariato ‘originario’, idea preferita dal 23% delle organizzazioni; il 35% sceglie, invece, l’opzione della collaborazione e della progettazione come ‘futuro’ da perseguire pragmaticamente. Rispetto alla proiezione che le organizzazioni hanno di sé e all’evoluzione che prevedono per il futuro del volontariato, il 32% degli intervistati (presidenti o responsabili dell’organizzazione) prevede che si assisterà al rafforzamento delle caratteristiche di gratuità, di dono e di spontaneità all’interno del vasto orizzonte dell’azione volontaria. Secondo il 33% circa degli intervistati, invece, il volontariato si è ormai avviato verso una situazione di semi-gratuità, che prevede necessariamente la mediazione tra l’altruismo volontaristico e un set di riconoscimenti economico-finanziari e sociali per l’attività svolta, inclusa la possibilità di acquisire personale almeno parzialmente retribuito. Secondo poi il 31,7% degli intervistati il futuro del volontariato sarà caratterizzerato sempre più dal passaggio verso forme di organizzazione non profit, tipiche dell&rsqu o;economia sociale.
Come osserva Salvini, questi dati si collocano “nel cuore del dilemma del volontariato, un dilemma che si può descrivere sinteticamente dicendo che ad una progressiva e consolidata legittimazione sociale, corrisponde la richiesta di assunzione di sempre maggiori responsabilità imposte proprio da tale legittimazione. Ciò impone la graduale modificazione dei caratteri ‘originari’ del volontariato (la ‘spontaneità’, la ‘gratuità’), senza che ne venga snaturata l’essenza, nel qual caso il volontariato diverrebbe altro da sé – si dovrebbe trasformare, ad esempio, in impresa (sociale)”.
Alla domanda, infine, quali requisiti dovrebbe avere un volontario della propria organizzazione, il 40% degli intervistanti sceglie la motivazione etica. Seguono, a distanza, la disponibilità di tempo e le abilità relazionali, nonché un po’ di competenza.
PROBLEMATICITÀ E AZIONI MIGLIORATIVE
Il 75% delle organizzazioni segnalano un livello di problematicità medio, il che significa che esse presentano situazioni complesse o difficili soltanto in ambiti circoscritti. Rispetto alle azioni che sarebbe necessario intraprendere per migliorare la presenza e l’attività sul territorio, il 30% degli intervistati segnala come priorità l’aumento dei volontari mediante attività di reclutamento, mentre solo il 15% segnala l’aumento dei finanziamenti mediante fund raising; il 24,5% evidenzia l’importanza di forme di collaborazione con gli enti pubblici, mentre per l’11% tale collaborazione dovrebbe essere anzitutto avviata con le altre organizzazioni di volontariato. Il 15%, infine, individua nello sviluppo di una maggiore capacità progettuale e nell’innovazione la chiave per migliorare la propria presenza sul territorio.
Per ciò che concerne, invece, il miglioramento della vita associativa, la dimensione relazionale e comunicativa acquisisce un valore rilevante nella percezione degli intervistati. Secondo infatti il 26,7% di essi si dovrebbero moltiplicare le occasioni di incontro e di confronto tra i volontari, mentre per il 20,4% si dovrebbe migliorare le dinamiche formali ed informali di comunicazione interna; per il 10% circa si dovrebbero favorire più momenti di incontro e comunicazione tra volontari e dirigenza. Il 14,3% degli intervistati segnala infine la necessità di consolidare forme di riconoscimento dell’attività dei volontari, soprattutto da un punto di vista simbolico, dato che – secondo Salvini - “considerando le modalità di risposta alla domanda, è piuttosto interessante se si colloca all’interno della riflessione sulla gratuità e sulla reciprocità”.


www.cesvot.it


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