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Ancora pochi gli aiuti per i bambini dei Paesi in guerra: la denuncia di Save the Children
12/04/07
Insufficiente l’impegno finanziario di 20 su 22 donatori istituzionali – con l’Italia ultima della lista - per garantire l’accesso a scuola ai bambini che ne sono esclusi a causa dei conflitti. La denuncia in un nuovo rapporto di Save the Children, nell’ambito della Campagna Internazionale “Riscriviamo il Futuro” pubblicato sul sito www.savethechildren.it.
Le nazioni più ricche del mondo stanno facendo troppo poco per riparare ai danni e alle devastanti conseguenze delle guerre, non contribuendo in modo determinante a garantire il diritto all’istruzione a 39 milioni di bambini e bambine che ne sono esclusi perché vivono in paesi – 28 nel mondo - tuttora colpiti da guerre o reduci da conflitti . E l’Italia è in coda alla lista dei donatori istituzionali per quanto riguarda il contributo all’istruzione primaria.
E’ quanto emerge dal rapporto di Save the Children “Scuola, ultima della lista”, diffuso oggi alla vigilia del meeting annuale della Banca Mondiale, il 14 aprile e a due settimane dalla prima Conferenza dei Donatori sull’Educazione per Tutti, in programma il 2 maggio prossimo.
Secondo il dossier elaborato dall’organizzazione internazionale indipendente per la difesa e promozione dei diritti dei bambini, i governi delle nazioni più ricche, benché abbiano promesso solennemente di assicurare scuola e istruzione a tutti i bambini entro il 2015 , stanno concentrando il loro aiuto sui paesi più stabili, trascurando quelli più bisognosi e che contano il numero maggiore di minori esclusi dalla scuola, cioè le nazioni in guerra o reduci da conflitti. Continuando di questo passo, l’obiettivo dell’educazione primaria universale non sarà raggiunto e milioni di bambine e bambini resteranno privi di un’istruzione, andando incontro a un futuro incerto, di povertà e violenza.
“L’educazione è la leva fondamentale per innestare miglioramenti e cambiamenti nelle condizioni di vita, presenti e future, di un bambino e della sua comunità”, commenta Carlotta Sami, Direttore dei Programmi di Save the Children Italia. “In un paese in guerra la scuola ha un impatto ancora più rilevante perché dà protezione e offre speranza. Se poi si tiene presente che il più alto numero di bambini esclusi dall’istruzione si registra proprio nei paesi in conflitto, aiutare queste nazioni diventa strategico. Tuttavia”, fa notare Carlotta Sami, “le nazioni in guerra o post-conflitto sono quelle che stanno ricevendo il minore sostegno dai donatori istituzionali, compreso il nostro paese”.
Sono 77 milioni nel mondo i bambini che non vanno a scuola. 39 milioni – ovvero più della metà del totale, stima Save the Children – vive in uno dei 18 paesi ancora in guerra o nei 10 fragili e reduci da conflitti - dove 1 bambino su 3 non ha accesso all’istruzione primaria . Un dato ancora più preoccupante se si considera che nelle nazioni afflitte da guerre vive solo il 13% della popolazione mondiale.
“Le cifre più recenti sull’accesso all’istruzione primaria registrano una diminuzione del numero di bambini che non va a scuola ma questi progressi riguardano i paesi più stabili e non quelli in guerra dove la situazione resta drammatica”, prosegue Carlotta Sami. “Ciò conferma che le priorità di aiuto e di intervento da parte dei donatori istituzionali debbono concentrarsi sui paesi e sui bambini vittime delle devastanti conseguenze di un conflitto”.
Eppure questo non accade. Nonostante le promesse, 20 su 22 governi donatori non hanno destinato all’educazione nei paesi in via di sviluppo la porzione di finanziamenti necessari, ovvero la “quota equa” , per raggiungere l’obiettivo dell’educazione universale entro il 2015: in fondo alla lista (si veda grafico in calce al comunicato) l’Italia, quindi Austria, Stati Uniti, Portogallo, Giappone, Germania, Spagna, Svizzera, Francia.
Nel 2005 i paesi donatori hanno assunto impegni in aiuti all’educazione primaria per 3 miliardi di dollari, per poi erogarne circa la metà. Uno stanziamento molto lontano dai 9 miliardi di dollari, la cifra stimata come necessaria, ogni anno, per raggiungere l’obiettivo dell’educazione per tutti i bambini entro il 2015. Di tale cifra, in vista dell’obiettivo dell’istruzione primaria universale, almeno la metà, pari a 5,2 miliardi di dollari dovrebbe essere indirizzata ai paesi in conflitto.
Nella realtà invece, sottolinea il rapporto di Save the Children, la quota finora destinata agli stati fragili a causa delle guerre è stata ingiustificatamente bassa rispetto al numero di bambini che non va a scuola: sul totale degli stanziamenti per l’educazione, il 49% viene allocato ai paesi più stabili e di medio reddito, il 33% ai paesi a basso reddito, mentre alle nazioni e ai bambini vittime di conflitti va uno scarso 18%.
“Spesso i donatori sono riluttanti ad impegnare fondi in stati che, a seguito di una guerra, possono avere delle istituzioni fragili e versare in una situazione di caos, disorganizzazione, assenza di piani strategici nel settore educativo”, spiega ancora il Direttore dei Programmi di Save the Children Italia. “Tuttavia un donatore intraprendente e determinato può trovare strumenti e soluzioni in grado ad ovviare a tali problemi. I paesi e i bambini che vivono il dramma della guerra debbono avere la priorità negli aiuti all’educazione perché sono quelli in uno stato di maggior bisogno”.
Ma in questa rassegna di promesse mancate, come si colloca l’Italia? Fra il 2003 e il 2005 il nostro paese è all’ultimo posto della lista dei paesi donatori di aiuti all’istruzione primaria: data infatti la cifra di 9 miliardi di dollari necessaria a garantire educazione per tutti i bambini entro il 2015, l’Italia risulta la nazione che ha contribuito meno, per appena il 3% di quota “equa” , al raggiungimento di tale cifra, con uno stanziamento di 15 milioni di dollari. All’interno dei fondi per l’educazione primaria, la gran parte – circa il 57% - è stata allocata ai paesi a medio reddito. Tuttavia, a differenza di altre nazioni, l’Italia ha riservato una quota parte più significativa ai paesi in guerra, ovvero il 38%.
“Si tratta di un dato e un orientamento positivo”, continua Carlotta Sami, “ma il problema di fondo resta quello della scarsità di risorse che l’Italia destina all’aiuto allo sviluppo . Se queste risorse non vengono incrementate, il nostro contributo all’educazione nei paesi in guerra resterà minimo”.
Il rapporto di Save the Children si addentra quindi nell’analisi di altri flussi di aiuto verso i paesi in guerra rilevando come, all’interno di essi, l’educazione resti una bassa priorità per i donatori istituzionali. Considerando infatti gli stanziamenti dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) dei governi nazionali, solo il 4% della quota inviata ai paesi in guerra viene destinata all’educazione.
Il rapporto “Scuola, ultima della lista”, prende infine in esame la distribuzione dei flussi di aiuto dei paesi donatori verso i paesi in guerra, in situazioni di emergenza e denuncia, nuovamente, come l’educazione sia il settore meno considerato e finanziato. Fra il 2003 e il 2005, il 15% dell’ aiuto pubblico allo sviluppo dei paesi donatori è stato devoluto in aiuti di emergenza ai paesi in guerra. Una cifra consistente che ha raggiunto percentuali elevatissime in alcuni stati (nel 2004 il 70% di tutti gli aiuti alla Somalia sono stati di emergenza). Tuttavia solo una porzione irrisoria dell’aiuto pubblico allo sviluppo – pari all’1,1% - è andata al settore dell’educazione in contesti di emergenza.
“L’istruzione, attraverso l’allestimento di scuole temporanee o corsi accelerati deve diventare parte fondamentale degli interventi umanitari d’emergenza e di post emergenza, al pari della fornitura di cibo e beni di prima necessità”, sottolinea con forza il Direttore dei Programmi di Save the Children Italia. “I benefici dell’istruzione sulla vita di un bambino sono ormai ampiamente riconosciuti quindi è ora”, conclude, “che tutti i grandi donatori cambino il loro approccio nella destinazione dei fondi e nell’indirizzo delle loro politiche sia nei contesti di sviluppo che di emergenza, mettendo al centro l’educazione per i bambini che più ne hanno bisogno. Quei 39 milioni che vivono in paesi martoriati dalle guerre e per i quali la scuola rappresenta l’unica vera speranza di un futuro diverso e migliore. Se non agiremo in questo modo l’obiettivo dell’educazione universale sarà mancato”.
Appellandosi a tutti i paesi donatori Save the Children raccomanda di:
- Incrementare gli aiuti per l’educazione.
- Accrescere gli stanziamenti per l’educazione primaria al fine di arrivare ai 9 miliardi di dollari all’anno, necessari a raggiungere l’obiettivo dell’educazione per tutti i bambini entro il 2015.
- Incrementare gli aiuti per l’educazione ai paesi in guerra o post-conflitto, impegnandosi a destinare almeno il 50% dei fondi settoriali per l’istruzione primaria alle nazioni colpite o reduci da guerre.
- L’educazione diventi parte rilevante e prioritaria delle politiche e degli interventi in contesti di emergenza, incrementando gli aiuti destinati all’istruzione in emergenza dall’attuale 1,1% ad un minimo del 4,2% in linea con il fabbisogno richiesto.
Appellandosi al Governo italiano Save the Children raccomanda di:
- Incrementare significativamente l’aiuto pubblico allo sviluppo, rispettando l’impegno di destinare ad esso lo 0,7% del Pil entro il 2010.
- Incrementare significativamente gli aiuti all’educazione. In particolare è di 467 milioni di dollari la “quota equa” che l’Italia deve stanziare ogni anno per contribuire al raggiungimento dei 9 miliardi di dollari necessari a garantire istruzione per tutti i bambini entro il 2015.
- Dare maggiore priorità all’educazione nei paesi in guerra o post-conflitto assegnando una quota maggiore di fondi all’istruzione rispetto ad altre voci di aiuto.
- Includere l’istruzione negli interventi umanitari di emergenza.




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